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Inchieste » c.i.r.c.o.n.d.a.t.i.

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03 Maggio 2010

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Paura del nucleare? Allora scappate dall’Italia. Magari l’atomo non sbarcherà mai nel nostro paese, perché le buone intenzioni del governo potrebbero non tradursi in pratica. Ma di certo la penisola, pur non ospitando impianti atomici sul proprio territorio, è circondata ai suoi confini settentrionali da una corona di centrali che, oltre a produrre energia per Francia, Svizzera e Slovenia, sono anche una fonte di primaria importanza per le importazioni italiane. Quindi, piaccia o no, anche noi abbiamo un po’ di nucleare nel nostro mix. E, soprattutto, neppure noi siamo esenti dai rischi – reali o presunti – della tecnologia elettronucleare. In questo senso, l’inaugurazione di nuovi siti nel Belpaese potrebbe aumentare solo marginalmente un rischio a cui, in ogni caso, siamo già esposti. Un rischio, fortunatamente, estremamente ridotto, tant’è che non si registra alcuna anomalia significativa nel funzionamento di quelle realtà.
La maggior parte, si trovano in Francia. A poca distanza dai nostri confini si trovano ben sette siti, nei quali operano 15 gruppi per un totale di 13.723 megawatt elettrici (MWe) (Tabella 1). Il reattore più vecchio risale al 1973, e si trova nel sito di Marcoule, 30 chilometri a nord di Avignone. Nacque come prototipo di reattore veloce autofertilizzante, una tecnologia ormai abbandonata. In effetti, nel tentativo di migliorarne la performance venne realizzato il reattore Super Phenix, iniziato nel 1968 e chiuso definitivamente nel 1996. L’impianto più recente risale invece al 1986 ed è il numero 2 di Saint-Alban: si tratta di un più moderno reattore ad acqua in pressione (la tecnologia oggi prevalente in Francia, dal cui sviluppo nasce l’Epr, ossia il tipo di reattore che la cordata Enel/Edf vorrebbe realizzare in Italia). Oltre a questi, si trovano nei pressi dei patri confini cinque gruppi ormai spenti o addirittura decommissionati, risalenti perlopiù all’epoca pionieristica del nucleare. Il più antico risale addirittura al 1956 ed è il minuscolo – ma storico – gruppo numero 1 della centrale di Marcoule, della potenza nominale di soli 2 MWe, restato in attività fino al 1968.

Sito Denominazione Tipologia Potenza [MWe] Inizio attività Operatività
Marcoule (Gard) G1 Gcr 2 1956 Decomm., 1968
  G2 Gcr 38 1959 Decomm., 1980
  G3 Gcr 39 1960 Spento, 1984
Marcoule (Gard) Phenix Lmfbr 233 1973 Operativo
Pierrelatte (Drome) Tricastin 1 Pwr 915 1980 Operativo
  Tricastin 2 Pwr 915 1980 Operativo
  Tricastin 3 Pwr 915 1981 Operativo
  Tricastin 4 Pwr 915 1981 Operativo
Cruas (Ardeche) Cruas 1 Pwr 880 1983 Operativo
  Cruas 2 Pwr 880 1984 Operativo
  Cruas 3 Pwr 880 1984 Operativo
  Cruas 4 Pwr 880 1984 Operativo
Creys-Malville (Isere) Super Phenix Lmfbr 600   Sospeso
Auberives (Isere) Saint-Alban 1 Pwr 1335 1985 Operativo
  Saint-Alban 2 Pwr 1335 1986 Operativo
Loyettes (Ain) Bugey 1 Gcr 540 1972 Spento, 1972
  Bugey 2 Pwr 920 1978 Operativo
  Bugey 3 Pwr 920 1978 Operativo
  Bugey 4 Pwr 900 1979 Operativo
  Bugey 5 Pwr 900 1979 Operativo

Tabella 1. Reattori nucleari francesi prossimi all’Italia.



In tutta la Svizzera si trovano cinque siti nucleari (Tabella 2), il più vicino dei quali alla frontiera italiana, a Losanna, ospita un piccolo reattore sperimentale della potenza nominale di 9 MWe in funzione per un solo anno, tra il 1968 e il 1969, e oggi decommisionato. Complessivamente è in funzione una potenza nominale di 2.985 MWe. Il reattore più anziano è un gruppo ad acqua in pressione da 350 MWe risalente al 1969, quello più recente è un gruppo ad acqua bollen della potenza di 990 MWe a Leibastadt, nel cantone di Aargau, dove produce elettricità dal 1984.

Sito Denominazione Tipologia Potenza [MWe] Inizio attività Operatività
Losanna (Vaud) Lucens Cnl Gchwr 9 1968 Decomm., 1969
Muehleberg (Berna) Muehleberg Bwr 355 1971 Operativo
Daeniken (Solothurn) Goesgen Pwr 940 1979 Operativo
Doettingen (Aargau) Beznau 1 Pwr 350 1969 Operativo
  Beznau 2 Pwr 350 1971 Operativo
Leibstadt (Aargau) Leibstadt Bwr 990 1984 Operativo

Tabella 1. Reattori nucleari svizzeri.



Infine, opera in Slovenia il reattore Pwr di Krsko, un gruppo ad acqua in pressione inaugurato nel 1981 e commercialmente attivo dal 1983. Protagonista di un incidente (privo di conseguenze) il 4 giugno 2008, quando a causa di una perdita nell’impianto di raffreddamento il reattore venne provvisoriamente spento, la centrale è tornata regolarmente in funzione, nonostante le proteste delle lobby anti-nucleare e di alcuni governi europei. In effetti, la storia dell’impianto è costellata da inconvenienti, nessuno dei quali, però, ha causato danni permanenti all’ambiente o alle persone. Lubiana si comunque impegnata ad avviare il decommissioning entro il 2023, sebbene l’ente nazionale per l’energia atomica abbia contemporaneamente fissato l’obiettivo di raddoppiarne la potenza entro il 2017.
Un dato interessante, e tranquillizzante, riguarda gli incidenti che hanno coinvolto gli impianti citati. E’ possibile ricostruirli grazie a un documentato dossier di Legambiente (“I problemi irrisolti del nucleare a vent’anni dal referendum”, disponibile su www.legambiente.eu) che censisce tutti gli episodi noti, compresi quelli legati al nucleare militare, dal 1956 al luglio 2007 (e quindi esclude i casi più recenti, come quello citato a Krsko nel 2008 e gli interventi urgenti, che hanno portato alla chiusura per un mese dello stesso sito, un anno prima). L’unico incidente censito accadde il 20 ottobre 1999 a Creys-Malville, quando – scrive l’organizzazione ecologista – “un incidente tecnico ritarda lo smantellamento del reattore a neutroni rapidi Superphenix di Creys-Malville (Isere), nel Sud-Ovest della Francia. Nell'operazione di scarico del reattore un inconveniente tecnico a una puleggia per l'estrazione delle cartucce di combustibile arresta la fase di scarico del materiale radioattivo”. Altri incidenti recenti si sono verificati nel 2008, quando prima (l’8 luglio) circa 30 chilogrammi di soluzione radioattiva sono andati dispersi nel suolo e, in parte, nelle acque circostanti; e poi (il 23 luglio) cento operai sono stati “contaminati leggermente” da cobalto 58. Il 22 agosto 2008 viene scoperta una perdita di “piccole quantità di uranio” a Pierrelatte, impianto da cui si verifica una nuova fuoriuscita il successivo 7 novembre. Il 19 novembre a Bugey viene disperso nell’ambiente un centinaio di litri di olio industriale non radioattivo. Il 13 maggio 2009 un altro incidente so verifica a Tricastin, dove due pezzi metallici, di circa 2 tonnellate l’uno, cadono dall’altezza di 15 metri. Nello stesso posto, il 7 novembre i lavori di manutenzione nel reattore numero 2 vengono sospese per un piccolo incidente avvenuto durante la ricarica di una delle barre d’uranio. Infine, il 1 dicembre 2009 a Cruas si verifica una otturazione del circuito di raffreddamento. In Svizzera, il 3 agosto 2008 due operai vengono leggermente contaminati.
Questo stillicidio di piccoli incidenti secondo alcuni è motivo di preoccupazione. In realtà, dovrebbe essere un elemento di fiducia nel nucleare. In primo luogo, è evidente come il livello di trasparenza su quanto accade in un impianto atomico sia massimo. La lista di incidenti sopra ricordata – che è, necessariamente e chiaramente, parziale – non solo non contiene alcun caso che abbia avuto conseguenze serie e durature, o “gravi” in qualunque senso del termine, sulla natura o sull’uomo. Soprattutto, essa include una serie di episodi che non sono in alcun modo specifici del nucleare: il rilascio di olio industriale o la caduta di un ponte metallico sono avvenimenti che potrebbero accadere in qualunque sito industriale. Una quota almeno degli incidenti “nucleari”, insomma, sono banali accidenti di cantiere. Secondariamente, anche includendo questi imprevisti, la performance in sicurezza del nucleare è di tutto rispetto. C’è una ragione ovvia e banale per questo: l’estrema delicatezza della tecnologia in questione spinge a un doveroso eccesso di zelo nell’adottare procedure e sistemi di sicurezza, che si estendono ben al di là del cuore atomico degli impianti.
Certo, resta lo spettro di Chernobyl. Ma l’evidenza storica del nucleare dovrebbe allontanare questo fantasma. Non soltanto perché la tecnologia in uso nella centrale ucraina (quattro reattori con tecnologia sovietica Rbmk 1000) non è più in uso. E neppure perché le centrali moderne hanno sistemi di sicurezza attiva e soprattutto passiva (cioè che si basano su forze come la gravità o l’accumulo di energia potenziale, e scattano spontaneamente sfruttando le leggi della fisica anziché essere azionati da meccanismi artificiali) di tutt’altro livello e di tutt’altra affidabilità. L’aspetto più importante è che, a guardarlo da vicino, Chernobyl fu il fallimento non di una tecnologia, ma di un sistema sociale deresponsabilizzante: di fatto, all’origine del disastro sta il tentativo dei dirigenti della centrale di testare, oltre ogni limite consigliabile, le linee difensive, tutt’altro che affidabili, dell’impianto. Fu un tragico esperimento, dunque, non una coincidenza sfortunata. Nulla del genere potrebbe verificarsi in un paese industrializzato, e nulla del genere potrebbe verificarsi oggi, anche perché il mondo intero ha tratto un insegnamento dalla vicenda sovietica, seppure pagandolo a caro prezzo.
In sostanza, Chernobyl fa storia a sé, non è paragonabile a nulla che sia attualmente esistente in Europa. Del resto, per tornare alle centrali che coronano l’Italia, nulla del genere si è mai verificato, non a caso. Il punto di caduta di qualunque riflessione sul tema, insomma, dovrebbe essere che l’esperienza nucleare in generale, e l’esperienza nucleare europea in particolare, fornisce ragioni di calma e serenità rispetto al presente e al futuro del nucleare. La vera scelta, per un paese come il nostro che è contemporaneamente privo di risorse e circondato da impianti atomici, non è se essere soggetto al rischio nucleare. Nella misura – tollerabilissima – in cui questo esiste, vi è esposto comunque. E’ se trarre vantaggio oppure no da una tecnologia complessa e avveniristica.
 
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