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Inchieste » La corrente del sud
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03 Maggio 2010 |
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South Stream in pole position nella corsa ai gasdotti anche se la Ue continua a scommettere su Nabucco. Fra Gazprom, Eni e Edf un confronto da trincea Il gas naturale è, in prospettiva, la fonte di energia cruciale per lo sviluppo dell'Unione europea. Alla versatilità di utilizzo, accompagna la flessibilità tecnologica, il rapporto bilanciato tra costi fissi e costi variabili nella generazione elettrica, e la compatibilità coi vincoli ambientali. Per questo il dibattito sul metano tende ad assumere una valenza strategica. A ciò bisogna aggiungere che l'Ue è oggi, e sarà ancor più nel futuro, un importatore netto di gas, e che il crollo dei consumi determinato dalla crisi è destinato a essere gradualmente riassorbito. Da questo punto di vista, la recessione apre una finestra di opportunità che consente teoricamente a Bruxelles di meglio valutare gli investimenti che ha di fronte, e coniugare le esigenze di competitività e sostenibilità ambientale con quelle di sicurezza degli approvvigionamenti. Nel 2007, l'Ue27 importava infatti il 60,3 per cento del gas consumato, una quota superiore alla media della dipendenza esterna per tutte le fonti energetiche (53,1 per cento) e inferiore solo al dato del petrolio (82,6 per cento). A differenza del greggio, però, gran parte del gas arriva da un numero limitato di fornitori: il 40,8 per cento dalla Russia, il 16,9 per cento dall'Algeria (a cui si aggiunge il 26,7 per cento dalla Nigeria, paese considerato più affidabile). Per esempio, l'indice di Herfindahl-Hirschman, un comune indice di concentrazione costruito attraverso la somma dei quadrati delle quote di mercato, assume il valore di 1854 per il greggio, 2714 per il gas: ciò suggerisce un mercato poco concentrato per l'uno, molto concentrato per l'altro (la soglia comunemente assunta come discrimine è proprio di 1800, mentre il valore di 10.000 corrisponde al monopolio assoluto). E' in questo contesto che bisogna leggere il duro confronto fra punti di vista, interessi, e prospettive politiche che ruota attorno alla scelta tra i due tracciati alternativi di gasdotti che potrebbero soddisfare la futura fame di gas dell'Ue: Nabucco e South Stream. Entrambe le pipelines, secondo i progetti originari, avrebbero dovuto entrare in funzione nel 2015: entrambe le deadline sono destinate a slittare. Ma, con ogni probabilità, soltanto uno vedrà la luce. South Stream è la pipeline sponsorizzata da Mosca. Il consorzio che dovrebbe metterla in opera è composto da Gazprom ed Eni, che ne detengono quote del 50 per cento, sebbene nelle ultime settimane si siano intensificate le voci su un ingresso di Edf (caldeggiato dal Cremlino, ma non del tutto gradito a Piazzale Mattei, che pure ha dato il suo assenso). Il tubo dovrebbe seguire un complesso percorso dalla stazione di compressione di Pochinki in Russia (dove dovrebbe raccogliere metano in arrivo dalla Siberia) fino alle coste del Mar Nero, per poi attraversarlo seguendo un lungo percorso sottomarino (circa 900 chilometri) e tornare on-shore a Varna, in Bulgaria. In questo modo, sarebbe possibile evitare il transito dalla riottosa Ucraina. Infine, il tubo - della capacità di 63 miliardi di metri cubi all'anno - dovrebbe sdoppiarsi e proseguire a nord verso l'hub di Baumgarten in Austria, a Sud verso la Grecia e poi l'Italia. Il progetto concorrente, Nabucco, prevede una capacità più ridotta (31 miliardi di metri cubi all'anno) e risponde a un'esigenza diversa: trasportare gas caspico in Europa senza passare dai tubi russi. Il progetto è sostenuto da un consorzio tra la turca Botas, la bulgara Beh, l'ungherese Mol, l'austriaca Omv, la tedesca Rwe e la romena Transgaz, ciascuna con una quota del 16,67 per cento. Il gas proveniente dal Mar Caspio dovrebbe convergere a Erzurum in Turchia, attraversare il paese e poi virare verso nord attraverso Bulgaria, Romania e Ungheria fino all'hub austriaco di Baumgarten. La maggiore criticità di Nabucco sta nel suo presupposto: il gas caspico che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. Sebbene le riserve stimate siano ingenti, i tempi per metterle in produzione sono incerti e sicuramente lunghi. Il rischio, insomma, è quello di realizzare un tubo per trasportare gas che potrebbe non essere effettivamente disponibile in quantità sufficiente o nei tempi programmati. Inoltre, il lungo percorso del gasdotto ne rende i fondamentali economici meno solidi di quelli del concorrente. Le cose potrebbero cambiare se Nabucco divenisse strumentale rispetto a una visione più ampia, ossia se fosse pensato come veicolo non solo per il gas capisco, ma anche per quello mediorientale di cui è potenzialmente ricco il sottosuolo iracheno e iraniano. Ma, qui, s'innesta una considerazione di natura geopolitica, che incrocia i delicati rapporti tra Washington e Teheran. La sensibilità della Casa bianca è, in questa partita, determinante, perché è proprio lì che va rintracciato il sostegno più convinto a Nabucco. Ufficialmente, ciò dipende dalla preoccupazione per l'eccessiva dipendenza dell'Europa da Mosca: nella realtà, gli strateghi americani hanno in mente soprattutto l'emancipazione dei paesi caspici dalla sfera di influenza russa. Dare uno sbocco diretto al loro gas significa legarne le sorti a quelle di Bruxelles; farlo transitare dalla Russia, ne rende più debole la posizione negoziale rispetto all'ingombrante vicino. Quella che pareva una scelta urgente, grazie alla crisi è oggi tema di un confronto più ampio. I numeri restano, oggettivamente, favorevoli al South Stream, sebbene le opportunità giochino a favore del Nabucco. La stessa Unione europea si è a lungo divisa sul tema, anche perché gli Stati membri hanno tradizionalmente rivendicato per sé la politica energetica. Formalmente, la Commissione europea sostiene Nabucco nel nome della sicurezza energetica: attingere alle risorse caspiche (e, in prospettiva, irachene o iraniane) significa diluire la dipendenza da singole fonti, e in particolare dalla Russia. La preferenza di Bruxelles, tuttavia, sembra essersi a sua volta annacquata con l'insediamento della nuova Commissione, a dispetto della continuità impressa dalla conferma del presidente, José Manuel Barroso. Infatti, il portafoglio energetico è passato dalle mani del lettone Andris Piebalgs a quelle del tedesco Günther Oettinger. Berlino è tradizionalmente legata a Mosca, sia per ragioni commerciali che politiche. Il gruppo tedesco E.On è, assieme all'Eni, il maggiore partner di Gazprom in Europa. Tant'è che il gasdotto gemello di South Stream, Nord Stream, che dovrebbe entrare in funzione tra il 2011 e il 2012, e trasporta gas russo in Germania attraverso il Baltico, è andato avanti a dispetto delle proteste dei paesi europei meno aperti verso Mosca (come la Polonia). Presidente di Nord Stream è l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder (Gazprom aveva ugualmente offerto la presidenza di South Stream a Romano Prodi, che però ha rifiutato). Il consorzio Nord Stream è dominato da Gazprom col 51 per cento, ma include anche Basf/Wintershall ed E.On col 20 per cento ciascuna e Gasunie col 9 per cento. Il 1 marzo 2010 il gruppo francese Gdf-Suez ha firmato un Memorandum of Understanding con Gazprom per entrare nel consorzio con una quota del 9 per cento, e acquistare 1,5 miliardi di metri cubi di gas dei 55 che saranno trasportati. Le trattative parallele di Gdf-Suez con Nord Stream, e di Edf con South Stream, sono parte di una nuova strategia francese di accesso ai rifornimenti di metano russo. Ad agitare le acque è stata, recentemente, la proposta (o provocazione) dell'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, il quale ha suggerito di unificare il tratto finale di Nabucco e South Stream, allo scopo di creare economie di scala. Il Cremlino si è immediatamente opposto. Alcuni hanno letto le parole di Scaroni come una risposta alle aperture dei russi verso i francesi di Edf. Altri hanno evidenziato come essa sia la manifestazione di un interesse più profondo dell'Eni, che vede nei gasdotti un business non tanto per quel che riguarda l'importazione e la vendita di gas, quanto per la loro realizzazione, attraverso la controllata Saipem (che è contractor anche per Nord Stream). I tubi, insomma, non sarebbero, per il Cane a sei zampe, attraenti in vista del mercato europeo, ma per il business dell'ingegneria e della costruzione. Se le cose stanno davvero così, è possibile comprendere meglio sia l'attenzione con cui a San Donato si seguono entrambi i dossier, sia il tentativo di mediare tra due progetti concorrenti, pur essendo strategicamente schierati sul lato russo della barricata (anche perché l'intreccio di interessi tra Eni e Gazprom supera di molto l'affaire Nabucco/South Stream). Nonostante i tempi per la soluzione del conflitto si siano allungati, l'effetto della recessione rende ancora più inequivocabile le certezze pre-crisi: il mercato europeo non giustifica la realizzazione di entrambi i tubi. L'uno esclude, materialmente, l'altro. Il braccio di ferro è ancora in corso, dunque, e sebbene oggi le probabilità giochino a favore di South Stream, la partita per Nabucco non si è ancora chiusa. Molto dipenderà dal grado di priorità che l'amministrazione Obama assegnerà a questa vicenda (è significativo che l'ambasciatore Usa in Italia, David Thorne, abbia dedicato alla questione un passaggio della sua prima intervista). Ancora di più dalla convinzione e dal successo che segnerà gli investimenti in esplorazione delle risorse caspiche.
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