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Prima la Tunisia, quindi il Marocco, ora l’Egitto. Domani, probabilmente, la Libia con Algeria e Siria in grado di arginare la marea solo con lauti aumenti di stipendio, la prima, con dighe erette a colpi di mitra e di repressione la seconda. Il dato di fatto, incontrovertibile che scaturisce dalla cosiddetta primavera araba, la ribellione che l’Occidente aveva immediatamente beatificato spacciandola per una corsa verso la democrazia, è uno solo: sulla sponda sud del Mediterraneo sventola, spinta da venti sempre più prepotenti di integralismo, la bandiera dell’Islam. Islam “moderato”, si apprestano ad affermare prima di tutti i nuovi padroni di paesi instabili come non mai, ma anche gli analisti a matrice americana che una volta di più hanno clamorosamente sbagliato previsioni, alleanze e strategie riproducendo errori già vissuti sulla pelle in Afganistan, Iraq e Iran. Moderati che portano nomi allarmanti come quello degli Ikhwan al-Muslimun, i Fratelli Musulmani, che - come molti oggi danno segno di voler dimenticare - nascono culturalmente e religiosamente sulla forza di un rifiuto globale di tutto quanto è Occidente. L’islamizzazione del Mahgreb e del Medio Oriente avviene in un momento a dir poco delicato nel quale proprio il vicino oriente, le rotte del petrolio, ma anche il Mediterraneo tornano ad essere nell’occhio del ciclone di una tensione che, se letta in una prospettiva storica, sembrerebbe tracciare i segni premonitori di un conflitto troppo conveniente per tanti. Conveniente nella sua follia per economie che non riescono ad uscire dalla morsa della crisi economica e finanziaria, conveniente per grandi potenze come la Cina che scoprono che la contrazione della produzione industriale non è un’esclusiva dell’occidente; conveniente per “regimi” come quello russo che nella crisi vedono scivolare via il consenso popolare. Mediterraneo e Medio Oriente tornano oggi ad “armare” detonatori sin troppo potenti. In primis quello iraniano, dove le rivolte “spontanee” degli studenti contro le ambasciate occidentali sono la drammatica fotocopia di quanto già visto agli albori della rivoluzione sciita di Khomeini. È un copione che si ripete alla perfezione con una successione di azioni e reazioni che non lascia nulla alla fantasia. Ritiro delle delegazioni diplomatiche, espulsione della delegazione diplomatica iraniana, attentati “taciuti” all’interno dell’Iran non casualmente in quelle aree strategiche dove il progetto nucleare di Teheran procede a velocità ben maggiori di quanto venga confessato anche da chi sa. Quello dell’escalation della tensione è un meccanismo che diventa incontrollabile, ma che ha illustri “macchinisti” sempre pronti ad azionarlo, con metodologie che, pur nella varietà delle motivazioni, hanno matrici comuni. Ivi compresa quell’ottusità che sembra guidare sempre e comunque (almeno in apparenza) le scelte di politica e strategia internazionale di potenze occidentali incapaci (o forse messe in condizione con leadership inadeguate) di essere incapaci, l’effetto finale. La pervicacia con cui la Francia ha condotto, trascinando la Nato, il suo affondo contro Ghedddafi, dittatore sanguinario è vero, ma comunque sentinella di una stabilità che - come i fatti stanno dimostrando - non era barriera alla democrazia, bensì a un arretramento verso l’Islam integralista e la Shariah, Solo un esempio fra i tanti, una scelta aberrante fra le tante compiute pensando di mascherare dietro i vessilli di una presunta crociata per la democrazia (condotta fra i monti dell’Afganistan o nei deserti dell’Iraq) interessi economici che si pensa ancora di tutelare con i vecchi metodi del colonialismo. Ma la globalizzazione, grande opportunità mancata e sacrificata sulla miopia delle scelte che tanto piacciono agli anglosassoni, quelle che non vanno oltre al prossimo quarter nel quale far quadrare i conti) ha sparigliato le carte. Il fatto che il Partito Islamico dei Fratelli musulmani si appresti a trionfare dal Cairo ad Assuan, e che per ora si accontenti di affidare la tutela dei suoi interessi ai militari, dovrebbe far scattare più di un segnale di allarme, proprio nelle capitali di un Occidente, che ancora crede che la guerra sia solo quella finanziaria. Piazza Tahrir non è la piazza della Democrazia, gli studenti iraniani che bruciano le bandiere inglesi, americane o israeliane, non sono sessantottini che ripercorrono la strada del Maggio francese, sono pasdaran travestiti. Ma in fondo anche il premio Nobel per la Pace, Barck Obama, non è lo stesso che schiera i suoi missili in Asia con le testate puntate verso Pechino, oppure che incentiva e autorizza una campagna a rastrellamento di esplorazioni petrolifere nella già ambientalmente fragilissima Alaska? C’è qualcosa di profondamente stonato. C’è nella totale assenza di segnali anche timidi di preoccupazione per l’islamizzazione “moderata” dell’intera sponda sud del Mediterraneo, per la decisione inevitabile assunta dal re del Marocco, Mohammed VI, di designare il filo-islamico Abelillah Benkirane a primo ministro, dopo che il suo Partito per la Giustizia e lo sviluppo (Pjd) aveva conquistato 107 seggi parlamentari su 395 nelle elezioni di venerdì scorso. O ancora per la vittoria schiacciante di “Ennahda” (“La Rinascita”), partito legato ai Fratelli Musulmani e ispirato al partito turco “Giustizia e Sviluppo”, nel paese più occidentalizzato del Mahgreb, la Tunisia.
“L’Occidente non ha nulla da temere” ha detto il nuovo premier marocchino Benkirane, ma qualche dubbio l’ondata di reazione montata da disoccupazione, povertà, corruzione e di ineguaglianze sociali, dovrebbe porlo. In Marocco con un tasso di astensionismo del 50% ha votato solo la protesta che qui è islamica integralista e che non c’entra nulla con i significati di una primavera araba che solo un perbenismo arteriosclerotico dell’occidente aveva confuso con democrazia. L’Iraq lo aveva urlato: la democrazia non si importa come un modello prodotto altrove. Il dramma potrebbe nascere dall’esportazione di un modello religioso che è destinato a diventare un collante anche per le masse di lavoratori arabi che risiedono in Europa. Il peggio probabilmente ha ancora da venire. Le manifestazioni salafite nelle strade e all’Università di Tunisi, forniscono la testimonianza delle scosse elettriche che attraversano l’Islam, che ripropongono contrapposizioni fra sunniti e sciiti, contrapposizioni che specie in Libano e in Siria, una volta che il tappo del regime Bath sarà saltato, potrebbe esplodere in modo dirompente. E la crisi economica, unico fattore che gemella occidente con i paesi islamici, rischia di diventare, ora che anche la Cina si è scoperta un gigante non dai piedi d’argilla, ma comunque con qualche problema di deambulazione, un drammatico propellente da buttare sul fuoco che arde sulle sponde del Mediterraneo e su quelle del vicino Oriente. Espandendosi come una chiazza d’olio a chi, come l’Algeria, si sta salvando perché “paga” a suon di miliardi la contestazione, o ai grandi potentati della penisola araba, alle prese con difficili successioni fra vecchi.
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