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BTP italiani made in Swiss PDF Stampa E-mail
05 Dicembre 2011

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Il Paradiso può attendere. E per chi c’è già, è meglio traslocare subito in purgatorio. Sta infatti per partire la grande caccia al tesoro dei capitali italiani in Svizzera. L’Italia potrebbe presto sottoscrivere l' accordo sui capitali esteri depositati nelle banche elvetiche già firmato da Germania e Gran Bretagna.
Qualche segnale di avvicinamento era già arrivato a metà ottobre dal presidente dell’Abi (l’associazione dei banchieri italiani), Giuseppe Mussari: “l’adesione dell'Italia alla proposta di accordo presentato da governo e sistema bancario elvetico ridurrebbe l'efficacia di molte misure di contrasto all'evasione”, aveva detto Mussari in audizione alla commissione finanze del Senato aggiungendo che “gli sforzi compiuti per la realizzazione di un sistema di controlli basato sulla tracciabilità mal si concilierebbero” con l'adesione all'accordo. Questo inoltre “pur potendo portare un qualche vantaggio per le casse dell'erario comporterebbe un trattamento di discriminazione sul piano della riservatezza tra cittadini che mantengono risorse finanziarie in Italia e quelli che le spostano in Svizzera”. Nel 2011, ha proseguito il numero uno dell’Abi, “le segnalazioni da parte delle banche delle operazioni” sospette in cui è possibile “una provenienza illecita anche su evasione fiscale, si moltiplicheranno”.
La strada della trasparenza è lunga ma già a partire dall' inizio di agosto le diplomazie politiche, dell' una e dell' altra parte, si sono mosse per aprire la strada a questo traguardo. L’Italia potrebbe incamerare, grazie all' accordo, non meno di 2 miliardi l' anno, la Svizzera verrebbe tolta dalla “black list” dei paradisi fiscali in cui il ministero del Tesoro continua a mantenerla ma vedrebbe nel contempo salvaguardato il fortino del segreto bancario. La prima “traccia” dell' accordo prevede infatti che le banche elvetiche gireranno sì all' Italia il prelievo sui depositi bancari ma manterranno l' anonimato sui titolari dei conti. Secondo la proposta iniziale, avanzata anche a diversi altri Paesi, i capitali dei cittadini europei verrebbero infatti tassati in Svizzera e i proventi verrebbero versati alle rispettive autorità fiscali in cambio dell'anonimato del cliente.
Ma quanti sono i soldi italiani nelle banche di Lugano e dintorni? Secondo le stime si tratterebbe di una cifra compresa fra i 130 e i 230 miliardi di euro depositati in Svizzera senza informare, a tutt’oggi, il Fisco tricolore. Considerando una media di 180 miliardi di redditi parcheggiati oltre confine nel corso degli anni e applicando un' aliquota Irpef media del 33%, si arriva a circa 60 miliardi. Denaro che l’Agenzia delle Entrate avrebbe potuto incassare ma non ha potuto farlo. Più o meno l' intero fabbisogno dello Stato italiano nel 2010.
Chi ha delocalizzato illegalmente una parte del patrimonio oltreconfine farebbe dunque meglio a redimersi. Ma a quale prezzo? Gli evasori che si «pentiranno» oggi rispetto a quelli che hanno ammesso le proprie colpe nell' ultimo scudo fiscale potrebbero pagare cinque volte tanto. La prima tranche della sanatoria del 2009 tassava i capitali emersi all' estero al 5%, il possibile accordo fiscale tra Roma e Berna potrebbe alzare l' asticella al 25%, in linea con gli accordi già firmati da Berna con Londra e Berlino per la tassazione dei capitali di tedeschi e britannici (non residenti in Svizzera) depositati nella Confederazione e non dichiarati al Fisco d' appartenenza, inglese o germanico che sia. Partendo (e scendendo) da un prelievo massimo del 34%, infatti, l' aliquota media sui capitali degli evasori tedeschi e britannici «neopentiti» dovrebbe attestarsi intorno al 25%. Questo vale per chi sceglierà di mantenere l' anonimato accettando il nuovo prelievo alla fonte da parte degli svizzeri e poi girato a Berlino e Londra, evitando di dichiararsi apertamente al proprio Fisco e pagare le aliquote nazionali intere. Quanto ai redditi degli anni a venire (gli accordi preliminari partono dal 2013), Berlino ha firmato con Berna per un prelievo del 26,3%, mentre Londra ha replicato le aliquote nazionali, come il 40% sui dividendi. Se l' Italia scegliesse la via inglese, dal 2013 i nuovi interessi emersi dalle valli elvetiche verrebbero tassati al 20%.
Fonti bancarie elvetiche riferiscono però che l’accordo con l’Italia potrebbe seguire anche un’altra strada, diversa da quella intrapresa con Germania e Inghilterra. I due Paesi hanno firmato con la Svizzera un’intesa secondo lo schema Rubik, dal nome dell'inventore del famoso cubo. Il concordato attribuisce alla Svizzera il ruolo di sostituto di imposta a partire dal 2013. I contribuenti stranieri dovranno accettare un'imposta su redditi e utili da capitali che la Svizzera verserà a uno dei due Stati europei, secondo il caso. La convenzione impone anche il versamento di un'imposta liberatoria una tantum per chiudere le vertenze fiscali pregresse. Come contropartita, le banche svizzere non dovranno rivelare l'identità dei loro clienti mantenendo intatto il segreto bancario.
Con l’Italia si starebbe invece studiando un’opzione alternativa: usare quel 20% per acquistare BTP che resterebbero in carico ai titolari in cambio dell’anonimato. In sostanza il governo italiano potrebbe attuare lo stesso meccanismo previo investimento in Btp Anticrisi: coloro che vogliano «scudare alla tedesca» potranno farlo, purché l'intero risparmio sia investito in Btp Anticrisi a 30 anni al 5%. Stiamo parlando di 80-100 miliardi di flussi d'acquisto.
Fra l’altro, la Commissione europea si avvia a contestare i concordati fiscali siglati dalla Svizzera con Germania e Gran Bretagna. "La Commissione ha detto chiaramente che le aree di competenza legislativa comunitaria non possono essere oggetto di accordi bilaterali tra Stati membri e Paesi terzi", ha detto un portavoce di Bruxelles a nome di Algirdas Semeta, il commissario europeo responsabile per gli Affari fiscali. La Commissione europea ritiene tuttavia che gli accordi violino la disciplina comunitaria e possano allentare il contrasto all'evasione fiscale. Per questo Semeta sta valutando di ricorrere ad azioni legali, ha spiegato il portavoce. "Il commissario Semeta è fiducioso che si troverà una strada per risolvere i problemi che la Commissione ravvisa in questi accordi e si adopererà per rimuovere dalle intese le parti che incidono sulle leggi comunitarie", ha aggiunto il portavoce. Le direttive comunitarie stabiliscono che gli interessi maturati sui conti correnti aperti in Svizzera da cittadini europei siano tassati al 35% ma la Commissione vuole estendere il prelievo anche ai fondi di investimento svizzeri.
Non solo. Secondo uno studio della società di consulenza economica Booz&Co., gli accordi fiscali che Berna ha da poco sottoscritto con Germania e Gran Bretagna comporteranno per la piazza finanziaria elvetica un deflusso di fondi della clientela pari a 47 miliardi di franchi e mancati ricavi per 1,1 miliardi all’anno. Booz&Co sostiene che alla fine dell’anno scorso le banche svizzere amministravano denaro appartenente a clienti stranieri per 2050 miliardi di franchi, 270 dei quali di persone con residenza in Germania o Inghilterra: di questi circa il 60% non sarebbe mai stato dichiarato alle autorità tributarie. Inoltre, gli estensori della ricerca stimano che con gli accordi il 30% dei fondi neri lascerà la Svizzera. Nel caso in cui la Svizzera raggiungerà ulteriori accordi con altri governi, come per esempio quello italiano o francese, i deflussi potrebbero raddoppiare. Tuttavia, se a corto termine la piazza finanziaria elvetica sarà costretta a sopportare costi non indifferenti, nel lungo periodo la mossa potrebbe risultare pagante. Da una parte il settore bancario elvetico si concentrerà maggiormente sulla consulenza patrimoniale piuttosto che su quella finanziaria, si legge nel rapporto. Inoltre, le intese come quelle con Berlino e Londra salvaguardano la sfera privata dei clienti che potranno continuare a mantenere i loro capitali in Svizzera approfittando della professionalità e della qualità del servizio offerto.
 
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