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Ma come è difficile!
"Scalare se stessi, scoprire la forza che sorge dalle più segrete stanze del nostro sangue e riprendersi la propria vita, ritrovando la via maestra". Sono frasi tratte da una conversazione televisiva fra Ambrogio Fogar, il navigatore solitario scomparso ormai 5 anni fa e Walter Bonatti, forse il più grande alpinista che l'Italia abbia conosciuto, spentosi in questi giorni. Storie parallele di uomini fuori del comune, vite di avventura talora non comprese dalla mediocrità che sempre detesta chi eccelle, sempre detesta chi trasforma -come affermava Fogar - il grigiore in arcobaleno. Vi chiederete, al di là del titolo della nostra testata, cosa c'entri con i temi trattati da Capo Horn, il ricordo di Fogar e quello di Bonatti e cosa c'entri quella montagna, o meglio quelle terre alte che insegnano il distacco fra immaginazione e realtà. C'entrano eccome. C'entrano per almeno tre motivi, tutti e tre importanti da ricordare o da comprendere per chi nel grigiore del nostro paese sta affondando e sente ogni giorno indebolirsi anche la capacità di reagire, di indignarsi, di fuggire e costruire altrove o di combattere. Fogar, ma ancora di più Walter Bonatti, è stato per generazioni di uomini condannati alla quotidianità delle città, un mito, un simbolo verso il quale alzare gli occhi. Un uomo attraverso il quale vedere le vette, quelle che nei suoi libri avvincenti che narravano di cordate e bivacchi, di cengie e ghiacciai, si stagliano (anche se oggi coperte da una fitta nebbia) nell'immaginario di ciascuno di noi. Sono quegli obiettivi impossibili che diventano possibili con il lavoro, con la passione, con il sogno e la fantasia. Con tutto ciò che l'Italia sta tenacemente tentando di annientare. Da un lato affermando anche con il bombardamento televisivo una cultura del successo senza se e senza ma contrapposta proprio alla cultura del lavoro. Dall'altro opprimendo quelle capacità tutte italiane di intraprendere la propria vita che in uno Stato di oppressione pubblica tendono a sgretolarsi. Il secondo motivo affonda nella storia di Fogar e di Bonatti. Due vite infangate e riabilitate solo quando una era spezzata e prossima alla fine, l'altra a oltre 35 anni dalla conquista della vetta più importante, il K2. Fogar, sommerso dalla critiche dopo il naufragio al largo delle Falkland, nel corso del quale perse la vita il suo amico giornalista Mauro Mancini e additato dalla stampa grigia, quella che esalta le peggiori caratteristiche dell'italianità marcita, come responsabile di questa morte. Bonatti, conquistatore solitario di mille vette, per anni insultato dal gregge dei mediocri per la scomparsa del suo compagno Lacedelli per un furto di ossigeno in alta quota che non era possibile. La riabilitazione solo nel 1980 a 26 anni dalla conquista del K2. Per entrambi la nascente industria del fango, quella che oggi lavora a ciclo continuo affondando le sue radici nelle fabbriche (anche ideologiche oltre che di lobby) dell'odio e dell'astio, aveva creato una ferita suppurante, quella del sospetto. Una ferita alla quale solo grandi uomini, in grado di raggiungere il polo da soli accompagnati da un siberian husky, Armaduk, o di scalare in solitaria le pareti più impervie del Bianco, sanno e possono sopravvivere. La terza motivazione si chiama esempio. In un'Italia che sembra essere percorsa dai fremiti di una voglia di inquisizione e da un'aspirazione alla sopraffazione, non da parte di un'oligarchia di grandi uomini, da lobbies di nani, lo sforzo che è richiesto agli italiani appare quasi insopportabile: alzare la testa verso le montagne. B.M.D.
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