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Saremmo contentissimi se i lavoratori della Tirrenia si risvegliassero con una prospettiva di impiego stabile e ben retribuita; saremmo ancora più entusiasti se Tirrenia fosse in grado di fornire alla clientela (specie a quei passeggeri e turisti internazionali che si scontrano sempre con l’orrido biglietto da visita di trasporti terzomondisti) quei servizi che da molto non è in grado di garantire; saremmo ancora più entusiasti se una fatina con la bacchetta magica facesse sopravvivere Tirrenia perché è in grado di stare sul mercato e di competere con privati chiamati a loro volta a giocare con un mazzo di carte non truccato.
Ma non possiamo esimerci da un’inquietudine crescente, non possiamo non provare brividi sottopelle destinati ad accentuare l’ansia ad annotare le metodologie di approccio grazie alle quali, per merito di un miracoloso salvatore di oltre Oceano, Tirrenia potrebbe tornare a sperare.
Abbiamo atteso alcune ore prima di commentare questa giornata strana di una compagnia di navigazione strana che ha operato per trent’anni con lo stesso management in un mercato strano e malato. Abbiamo atteso le reazioni di sindacalisti storici, come Giuseppe Caronia, che parlano di “no alle speculazioni e alle indebite ingerenze della politica di ogni colore sulla pelle dei lavoratori".
E abbiamo deciso di chiamarci fuori dal nocciolo della questione. Se cioè l’abbinata formata da Antony Cerone (americano di Philadelfia con una flotta di camion e due magazzini in porto), e Abraham Morris sia davvero interessata a acquistare Tirrenia, disponga di 500 milioni da buttare nella mission impossibile di salvarla, nonché quali interessi muovano questi due imprenditori, al di là dei legami affettivi di Antony Cirone con la Napoli da cui era partita la sua famiglia.
Ce ne teniamo fuori. L’economia e il mercato ci hanno abituato a non stupirci e a non assumere posizioni pregiudiziali, rispetto a chi non fa parte di un certo establishment noto, ma non per questo, spesso, più affidabile.
I pregiudizi invece ci sono e sono fortissimi sul metodo. Per Tirrenia, società pubblica oppressa da procedure d’infrazione e ricorsi, da sempre sotto la lente di ingrandimento della Commissione europea, lo Stato ha bandito una gara europea, designando fior di advisor. Ma oggi scopriamo che fra gli advisor e i possibili acquirenti c’è un passaggio intermedio, quello della politica (non quella di corridoio, quella intercettata, quella che bisbigliava un suggerimento o una raccomandazione, quella che forniva garanzie di affidabilità reale o presunta. No. La politica che entra a piedi uniti direttamente sulle caviglie del mercato e dell’impresa: l’offerta (o meglio, la manifestazione d’interesse) della Xtl di Antony Cerone e Abraham Morris all’advisor Banca Rotschild l’hanno presentata direttamente due parlamentari, i senatori del Pdl Amato Berardi e Sergio De Gregorio, fondatori di Italiani nel Mondo. Due senatori accompagnati i dai legali dello studio Libonati-Jaeger.
Non mettiamo in dubbio le loro buone intenzioni, anche a difesa degli interessi degli Italiani nel mondo; tantomeno quelle dei due investitor potenziali. Speravamo solo che dopo la sua dichiarazione d’insovenza, per Tirrenia (che da ieri beneficia di fondi per la sopravvivenza spostati dal piano di investimenti alla gestione ordinaria) si potesse profilare un iter di salvataggio meno fantasioso e creativo.
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