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Il futuro economico dell’Iraq dipenderà per una parte non marginale da un porto; e questo porto, l’unico del quale Bagdad disporrà e che si candiderà a entrare direttamente in concorrenza con il Canale di Suez, come via privilegiata per le merci asiatiche destinate ai mercati europei, sarà progettato da alcune fra le più importanti building compagnie italiane.
Frutto di trattative che avrebbero dovuto inizialmente sfociare in un contratto di progettazione e costruzione, con il coinvolgimento diretto della Cooperazione italiana, l’operazione Al Faw è partita con l’assegnazione di un contratto di progettazione esecutiva al consorzio italiano Iecaf, guidato da Impregilo e composto da Grandi lavori Fincosit, Condotte, Todini e Bonatti. Progettisti sono Technital, Progetti Europa, Sina e Sarno group. Il porto che si chiamerà Gran Faw e sorgerà sull’omonima penisola alla foce del Tigri, oggetto di una delle più sanguinose battaglia della guerra in Iraq, sarà dotato, oltre che di un terminal petrolifero e di impianti per la movimentazione di diverse tipologie di merce, anche di un terminal container in acque profonde, con una potenzialità di 4,4 milioni di teu. nOvviamente l’obiettivo del consorzio italiano al quale è stata assegnata la progettazione, conta di partecipare alla gara internazionale per la costruzione, sperando di poter contare, proprio grazie alla progettazione, su un vantaggio competitivo.
Capo Horn, oltre ai dettegli del contratto a Iecaf, è in grado di anticipare le linee guida del progetto logistico sul quale il governo irakeno sembra intenzionato a scommettere per riconquistarsi una posizione strategica centrale sulle rotte dei grandi traffici fra Estremo Oriente ed Europa. Il consorzio italiano si è impegnato a produrre, entro quindici mesi dall’arrivo della lettera di credito, il progetto preliminare dell’opera che presenta enormi difficoltà costruttive connesse non solo ai necessari lavori di bonifica, ma anche alla progettazione di un canale in acque profonde che impedisca al porto di interrarsi.
Al Faw sarà – secondo gli obiettivi di Bagdad – uno dei deici più grandi porti del mondo, ma specialmente sarà la porta d’ingresso di una nuova rotta del traffico merci che attraverso il nuovo porto verrà convogliata in un “canale secco”, un vero e proprio canale nel deserto che ospiterà una linea ferroviaria a più binari e un tracciato autostradale, destinato ad attraversare il paese da sud a nord, raggiungendo, dopo aver attraversato l’area di Bagdad e quelle di Tikrit e Mosul, la frontiera turca.
Qui il canale secco, dovrebbe interconnettersi con le linee turche e libanesi per raggiungere i mercati mediorientali, ma specialmente quelli dell’Europa dell’est.
Nelle ferrovie (anche queste nel mirino delle imprese italiane) Bagdad pensa di investire 60 miliardi di dollari. Nel porto circa 6 miliardi.
Il porto di Al Faw sarà di fatto l’unico scalo marittimo dell’Iraq, in grado teoricamente di catalizzare i fattori di sviluppo e di rilancio del paese.
Proprio con il combinato disposto del nuovo porto e della linea ferroviaria, Bagdad sogna un sistema competitivo anche con la via delle merci che transita attraverso il Canale di Suez.
Nei giorni scorsi il direttore generale della Iraq Port Authority, Saleh Abud, ha sottolineato come il nuovo sistema trasportistico (man mano che le condizioni di sicurezza in Iraq) miglioreranno, rappresenterà un’alternativa economica efficace a Suez, con un risparmio di circa 10 giorni di navigazione, il taglio di costi del trasporto e un recupero della storica posizione dell’Iraq, baricentrica rispetto ai commerci fra estremo oriente ed Europa.
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