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Germania, nucleare addio... forse PDF Stampa E-mail
27 Ottobre 2011

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Ci vorrà del tempo perché la svolta energetica della Germania dal nucleare alle rinnovabili si riveli vantaggiosa anche dal punto di vista economico. Sempre ammesso che, anche grazie allo sviluppo e al perfezionamento della tecnologia, questo avvenga. Per ora, tuttavia, si è alle prese con i costi.
Governo e imprese misurano le spese da affrontare: la costruzione di nuove infrastrutture per trasportare l'energia dai nuovi luoghi di produzione, l'adeguamento di abitazioni ed edifici pubblici alle regole dell'efficienza, la realizzazione di centrali alternative all'atomo, i costi più alti dell'energia prodotta da fonti rinnovabili.
A questo, si aggiungono le spese per lo smantellamento dell'apparato nucleare del Paese: bisognerà radere al suolo i reattori atomici ancora in funzione, bonificare le aree, provvedere allo smaltimento delle scorie, capitolo quest'ultimo su cui le conoscenze scientifiche sono ancora lacunose.
Una società di consulenza alle imprese, la Arthur D. Little, ha reso noto uno studio che prova a fornire una prima stima di quanto costerà l'abbattimento delle centrali nucleari: «Soltanto buttare giù i reattori costerà alle quattro aziende che ne hanno la proprietà 18 miliardi di euro», ha scritto lo Spiegel, rivelando i contenuti del rapporto, «ma si tratta di una stima del tutto indicativa. La spesa potrebbe essere anche decisamente superiore, dal momento che lo smantellamento di ampli insediamenti industriali va catalogato nella categoria dei grandi progetti, dove un aumento medio del 25% dei costi preventivati non è un'eccezione».
Le quattro imprese impegnate nella produzione nucleare tedesca sono E.on, Rewe, EnBW e Vattenfall. Per l'abbattimento degli impianti nucleari e l'eliminazione delle scorie radioattive hanno messo da parte una somma complessiva vicina ai 30 miliardi di euro. Questa cifra dovrebbe quindi teoricamente anche coprire i costi per la gestione delle scorie, un tema su cui è comunque previsto un ulteriore impegno delle istituzioni pubbliche, federali e regionali, dopo un iniziale periodo.
Anche queste sono spese che vanno messe nel conto generale e i critici del nucleare insistono da tempo perché vengano conteggiate nei prospetti che si fanno per dimostrare che l'energia nucleare è più economica rispetto a quella prodotta da altre fonti.
Lo Spiegel ha pubblicato anche il dettaglio delle somme messe da parte dai quattro colossi energetici: «Secondo informazioni fornite da Rwe, l'azienda ha accantonato oltre 10 miliardi di euro e la portavoce della Rwe-Power, società figlia che si occupa della produzione atomica, si dice sicura che sia una cifra più che sufficiente. La concorrente E.on ha già a disposizione 12 miliardi di euro, la EnBw 5,4 miliardi, Vattenfall 2 miliardi».
La data stabilita dal governo per lo spegnimento dell'ultimo reattore è il 2022, con la possibilità di una deroga di qualche mese in caso di necessità per i reattori più recenti. Ma il processo di smantellamento durerà diversi decenni. La fuoriuscita dal nucleare sarà una lunga avventura. Almeno 5 anni durerà il cosiddetto periodo di post-produzione, l'arco di tempo necessario affinché il combustibile nucleare si raffreddi sotto stretto controllo. E, sempre secondo la portavoce di Rwe, ci vorranno dai 15 ai 20 anni per smantellare completamente i 17 reattori esistenti.
«Il rapporto dei consulenti della Arthur D. Little stima che solo per la fase di raffreddamento, le imprese dovranno spendere 4 miliardi di euro», ha proseguito il magazine, «i restanti 14 saranno assorbiti dallo smantellamento delle strutture industriali e dal problema dello stoccaggio delle scorie. Due terzi di questa cifra sono destinati al semplice abbattimento delle parti nucleari. Il costo singolo della distruzione di una centrale nucleare si aggira attorno al miliardo e 200 milioni».
Resta aperto ancora il punto interrogativo riguardo un possibile aumento dei costi in corso d'opera: «Non c'è ancora alcuna esperienza concreta di smantellamento di un impianto atomico», ha concluso lo Spiegel, «per cui queste stime vengono considerate del tutto incerte da parte degli stessi consulenti». Il direttore della Nukem, società specializzata nello stoccaggio delle scorie nucleari, ha spiegato che «finora gli unici casi cui far riferimento hanno riguardato reattori di ricerca di piccoli impianti di prima generazione». Ora ci si muove su un terreno del tutto nuovo, una specie di 'terra incognita'.
Nonostante la lezione tedesca, aumentano i casi delle aziende che chiudono con il nucleare. L’ultima «svolta green» è del colosso tedesco Siemens che ha deciso di fermare tutte le sue iniziative in questo settore. «Non saremo più coinvolti nella gestione totale della costruzione di centrali nucleari o nel loro finanziamento. In futuro continueremo a consegnare parti convenzionali, come turbine a vapore. Ciò significa che ci limiteremo a tecnologie che non servono solo al nucleare, ma che si trovano anche nelle centrali a gas o a carbone»,ha dichiarato il presidente della società, Peter Loescher.La decisione è arrivata dopo la spaccatura con i francesi di Areva sul nucleare di terza generazione (Epr) e l’aumento esponenziale dei costi e dei tempi di consegna per la centrale finlandese di Olkiluoto: Siemens aveva rotto l'alleanza per la costruzione del nuovo impianto. Senza contare le difficoltà nel formalizzare un accordo con i russi di Rosatom per lo sviluppo di nuove centrali. Proprio nei mesi scorsi, la battaglia giudiziaria tra Areva e Siemens si è risolta a favore della prima, con un risarcimento di oltre 600 milioni di euro che i tedeschi dovranno pagare ai francesi. E la decisione del Governo Merkel sull’atomo, con lo stop definitivo ai 17 impianti entro il 2022, ha poi convinto Siemens a lanciarsi nella nuova era «green» delle fonti rinnovabili. L’obiettivo tedesco, ha ricordato Loescher, è produrre con tecnologie pulite il 35% della sua energia entro il 2020.
Intanto in Giappone, il 74% dei reattori nucleari del Giappone saranno fuori servizio nel pieno del picco dei consumi elettrici del prossimo inverno. Così 40 dei 54 reattori nucleari del Giappone saranno inattivi, mentre 11 reattori hanno terminato i controlli di routine ma è poco probabile che le imprese nucleari potranno riavviarli subito, visto che devono prima effettuare i nuovi stress test «tipo Ue» voluti dal governo e poi ottenere le autorizzazioni delle prefetture e delle amministrazioni locali, molte delle quali sono sempre più apertamente anti-nucleari.
Altri 14 reattori dovranno subire i controlli di routine nella primavera del 2012 e se a nessuno verrà consentito di riprendere l'attività dopo gli stress test allora il nucleare giapponese avrà tutti e 54 i suoi reattori fuori servizio. Il nuovo premier Yoshihiko Noda ha prima scartato ogni nuovo progetto di centrale con un progressivo abbandono della tecnologia nucleare e poi in una intervista al Wall Strett Journal del 20 settembre ha dichiarato di essere determinato a riavviare i reattori nucleari inattivi entro la prossima estate, aggiungendo che è semplicemente “impossibile” per il Giappone fare a meno di questa fonte energetica nell’ottica di un graduale passaggio alle fonti rinnovabili.
Al momento dell’incidente di Fukushima nel mondo si contavano piani per 324 nuovi reattori nel mondo, oltre ai 62 in fase di costruzione, per la World nuclear association. Nel mondo 443 i reattori in funzione, in Europa 65 reattori che dovrebbero andare in pensione entro cinque anni, senza contare ulteriori proroghe della vita delle centrali. Da allora, tutti i Paesi Ue hanno ordinato una revisione della sicurezza delle loro centrali, e allo stesso modo dall’altra parte dell’oceano gli Stati Uniti hanno in corso due indagini parallele per valutare il grado di sicurezza dei 104 reattori che garantiscono circa il 20% dell’energia nucleare del Paese.
Il rinascimento dell’atomo made in Italy è stato sepolto dall’esito del referendum dello scorso giugno: oltre 27 milioni di elettori hanno bocciato sonoramente le strategie del Governo in materia di energia. La Svizzera ha abbandonato tutti i piani per nuovi reattori e ha deciso di chiudere i cinque esistenti tra il 2019 e il 2034. La Svezia, che nell’estate 2010 aveva abbandonato il divieto di costruire nuove centrali che durava da trenta anni (ne ha dieci in funzione), ha messo in stato di revisione ogni programma. La vicina Finlandia sta discutendo sull’opportunità di andare avanti con i due reattori progettati (uno è già in costruzione e quattro sono operativi). Nell’Est europeo, la Bulgaria, la Slovacchia e l’Ucraina stanno costruendo ognuna due reattori ma altri progetti in questi tre Paesi e in Lituania sono stati rallentati dall’incidente giapponese. Anche la Russia, che ha in costruzione 11 impianti che si aggiungono ai 32 operativi, sta conducendo test sulla sicurezza ma ha però deciso di estendere la vita da 30 a 45 anni per le centrali costruite a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80.
In controtendenza la Gran Bretagna: lo scorso giugno il governo ha pubblicato la lista degli otto luoghi scelti per costruire la nuova flotta di centrali atomiche chiamate a sostituire la precedente man mano che i vecchi impianti raggiungono la pensione. Il rapporto commissionato dal governo sul disastro di Fukushima ha intanto stabilito che in Gran Bretagna non esistono rischi paragonabili.
La regia per il futuro europeo dell’atomo è affidata all’Unione Europea, dove si contano un terzo dei 443 reattori nel mondo. Nella classifica planetaria per numero di reattori nucleari in funzione primeggia la Francia (58), tra i Paesi Ue, al secondo posto nel mondo dopo gli Stati Uniti (104). A distanza seguono Regno Unito (19), Germania (17), Svezia (10), Spagna (9), Belgio (7). I primi passi del dopo Fukushima in tema di sicurezza sono stati mossi già a luglio quando la Ue aveva fissato i primi paletti per gli stress test delle centrali con una road map condivisa. Entro il 15 agosto gli operatori impegnati in questa serie di controlli hanno stilato una relazione sull’andamento delle prove ai regolatori dello European Nuclear Safety Regulator Group (Ensreg), il gruppo indipendente della Ue formato dalle massime autorità per la sicurezza nucleare dei 27 Paesi membri. Che avrà tempo fino al 31 dicembre per inviare alla Commissione europea una relazione sui risultati e le considerazioni finali relative alle condizioni dei 196 reattori esaminati.
I controlli continueranno fino alla metà del 2012. Per manifesta volontà del commissario Ue all’Energia, Günther Oettinger che ha dichiarato che «faremo tutti gli sforzi per assicurare gli standard di sicurezza più elevati sia negli impianti nucleari dell’Unione europea che in quelli vicini ai confini». Anche se il commissario ha ammesso che la parte più difficile «è far rispettare i criteri con tutto il rigore necessario». E il futuro dell’atomo si intreccia con il futuro politico dell’Europa e le forze della sinistra (tradizionalmente più legate al movimento antinucleare) preparano le loro strategie. L’esplosione di Marcoule è stato soprattutto lo spartiacque della politica francese in vista delle presidenziali della prossima primavera. La candidata nelle primarie socialiste per la presidenza della Repubblica, Martine Aubry ha dichiarato la sua volontà di uscire progressivamente e senza indugi dal nucleare. Francoise Hollande prevede la diminuzione dall’energia elettronucleare dal 80% al 50 nei prossimi 15 anni. Senza se ne ma l’abbandono per la candidata dei Verdi alle presidenziali, Eva Joly. Anche per Parigi i costi di abbandono sono esorbitanti: 750 miliardi di euro come stima per le 54 centrali.
In Spagna, dove secondo un sondaggio del Centro di ricerche sociali il 60% della popolazione è contraria all’energia nucleare, per mesi è stato al centro del dibattito pubblico la centrale di Garona, nei pressi di Burgos, a circa 244 km a nord di Madrid. Il sito dovrà chiudere nel 2013, grazie alla sentenza emessa a luglio dall’Audiencia Nacional che dà ragione al ministero dell'industria nel contenzioso aperto con le aziende proprietarie del sito, che chiedevano un indennizzo per la cessazione dell'attività. Organizzazioni ambientaliste come Greenpeace ed Ecologistas en Accion, da anni ne reclamano la chiusura, denunciando continui incidenti. E il Psoe (il partito socialista del presidente Zapatero) nel suo programma elettorale ha annunciato la chiusura delle centrali nucleari spagnole al compimento della vita utile, fissata in media sui quaranta anni. Il ciclo di vita che Garona ha compiuto nel marzo scorso.

 
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